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Quanto tempo ci vuole per trovare un amico in Danimarca?

di Gino Rocca
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Vi propongo un piccolo test:


Marco e Søren vanno ad una festa ed incontrano Pablo, spagnolo.
Entrambi chiaccherano con Pablo e trovano che con lui hanno un sacco di cose in comune. A fine festa si scambiano i numeri di telefono e decidono di riincontrarsi per bere una birra assieme o per giocare a tennis.


La domanda che vi propongo è la seguente:


"quanto tempo ci mettono Marco e Soeren prima di indicare Pablo come proprio amico?"


Senza essere un esperto, direi che Marco dopo aver giocato la prima partita di tennis, direbbe ai propri amici:


"Ho giocato a tennis con il mio amico spagnolo Pablo."


Probabilmente Soeren, all' inizio direbbe:
"Jeg har spillet tennis med en gut fra Spanien", poi eventualemte: "jeg spillede tennis med en spansk bekendte".


Non so quante partite di tennis, o bevute fuori con amici, ci vogliono prima che Pablo, eventualmente entri nella privilegiata cerchia di amici.


Marco inviterebbe Pablo alla prima occasione per introdurlo ai propri amici. Søren, beh... non riesco ad immaginarmelo.


Questo esempio dovrebbe secondo me indicare un pò il modo diverso con cui italiani e danesi vedono e considerano “l' amicizia”.


In italiano si usa la parola “amico” indistintamente (superficialmente?) per indicare una persona che si è incontrata da un minuto e chi si conosce dall' infanzia. In danese penso che ci sia tutta una serie di termini ed ostacoli “burocratici” per entrare nella privilegiata cerchia di amici.


Ma come mai italiani e danesi sono così diversi su questo fronte?


Una espressione che mi viene in mente al riguardo è l' espressione (italiana) “chi trova un amico trova un tesoro”, che interpreterei come “più amici si hanno, più ricchi si è”, il cui corollario potrebbe essere: “Se sulla strada si perde un tesoro, se ne può sempre trovare un altro.” :-)


Penso che in danese si direbbe: “Chi ha un amico ha un tesoro”. Perdere un amico è come perdere una grande ricchezza. Per cui gli amici sono dei tesori che vanno tenuti stretti.


Ma mentre gli italiani sono spesso alla ricerca continua di nuovi “tesori” i danesi sembrano essere appagati dei tesori che hanno.


Una volta una mia amica danese mi disse che “qui in Danimarca gli amici sono quelli che si fanno durante l' infanzia.” Ma basta questo a spiegare come mai, secondo tanti stranieri, sia così difficile farsi dei “veri amici” danesi?

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10 commenti in totale

| commenti in ordine cronologico
 
Il 2006-06-08 Valentina Paparella scrive:
A proposito di empatia


Se "empatizziamo"solo con chi si avvicina al nostro typos, saranno ben poche le amicizie e anche la tolleranza ad un certo punto sara' inferiore...se invece empatizziamo perche' in noi sussiste il valore dell'altro come persona "uguale a noi" , a prescindere dal suo vissuto soggettivo che magari non e' modellato al nostro ,questo ci spinge maggiormente a socializzare...in caso contrario e' piu' difficile aprirsi agli altri...(Edith Stein )
 

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Il 2006-06-08 Luca Bonomi scrive:
Anche un conoscente può essere

E' assolutamente vero, dobbiamo distinguere tra amici e conoscenti (Donato descrive bene la differenza). Non farlo sarebbe un errore imperdonabile ed un offesa verso i nostri veri amici.
Ma noi viviamo in un mondo fatto di parecchie relazioni interpersonali. La maggior parte delle nostre relazioni giornaliere sono con conoscenti, non con amici. E la maniera in cui si affrontano questi conoscenti ci può cambiare la vita. Un conoscente a cui stiamo simpatici ci può offrire un lavoro, può diventare un futuro vero amico, potrebbe essere la nostra futura metà. Insomma, ci troviamo ogni giorno di fronte a conoscenze da far fruttare in maniera positiva.
Nelle relazioni interpersonali c'è un abilità che è considerata fondamentale: l'empatia, cioè la capacità di comprendere le emozioni dell'interlocutore. Empatizzare con una persona significa entrare in sintonia e quindi instaurare da subito un rapporto positivo dal punto di vista emozionale. Significa capire il suo stato d'animo e reagire di conseguenza, non solo in base a regole di ingaggio prestabilite.
Tanto per fare l'esempio di una situazione sconosciuta in Danimarca, è probabilmente questione di empatia se in un caso in cui ci troviamo "fuorilegge", qualcuno ci perdona facendo uno strappo alla regola. E immediatamente chi ci ha perdonato ci risulta un po' più simpatico.
Ritornando alla parola "amicizia": con i nostri veri amici sta alla base essere in sintonia, empatizzare. Ma anche con una persona appena conosciuta possiamo empatizzare. E chiamare questa persona "amica" sin dalle prime battute può certamente aiutare a stabilire questa sintonia.
In termini di empatia, risulta chiara la differenza tra italiani e danesi.
Per chi volesse approfondire l'argomento, consiglio un libro di Daniel Goleman dal titolo "L'intelligenza emotiva".
 

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Il 2006-06-07 Valentina Paparella scrive:
Mah ..dopo lo stupore iniziale ..e la sifferenzam, ho fatto gli anticorpi a questo modo di vivere qui all'estero..
soprattutto il colpo maggiore da chi non me lo sarei aspettata ,dopo "venti anni" di continue sue visite da noi in Italia , una mia cognata(oggi ex), danese ha fatto di tutto per tagliare i ponti con noi ,compreso i miei bambini che hanno cugini italo danesi, che lei dice aver nutrito un grande affetto...parole!? Viviamo adesso nello stesso paese ho anche una nipote grande che e' sulla stessa linea della mamma..la scusa: "non hanno mai tempo"...ma con i loro parenti danesi il tempo lo trovano ...i miei bambini domandano della cugina ..della zia..per adesso e' ovvio che trovo scuse, ma con il tempo inevitabilmente sapranno la verita', non devono dare la responsabilita' a me per questa mancata frequentazione , io sono sempre stata disponibilissima ..
forse il mio e' un caso isolato, non so'..pero' avverto e leggo che anche per molti altri e' quasi inumano questo modo di intedere le relazioni , in particolar modo con gli stranieri..perfino con quelli della comunita' europea...ma chi ha detto che in nord europa la gente e' piu' aperta?! Forse lo sono per certi versi, ma non certo come ospitalita', daldronde gli stranieri non li hanno chiamati loro, ma il governo ha ospitato ed ospita lavoratori , come sappiamo...
il significato di amore ,amicizia sia vissuto superficialmente ,almeno da come lo intendiamo noi... come molte cose qui...per quanto ci sia una certa tranquillita' economica(credo il solo motivo che spinga all'immigrazione)...
io credo(nel tempo sto rafforzando questa idea) che le religioni alimentino la mentalita' e i sentimenti dei diversi paesi..
la nostra e' una tradizione cattolica che preme su certi principi che fin'ora ancora reggono anche se sempre meno tra i piu' giovani...di questo passo non so' fino a quando, visto l'odio crescente per l'"ingerenza" della chiesa...se ci omologassimo ai paesi protestanti mi sa' che diventeremmo tutti piuttosto egoisti , a rincorrere la carriera e coltivare il proprio orticello,intiepiditi , senza piu' farsi una introspezione come ancora succede oggi, desensibilizzati dal sistema ,proprio come accade qui..
in un paese protestante ovviamente i principio sui quali basiamo i nostri rapporti perdono in qualche modo la forza, si raffreddano, la conoscenza di molti valori e'un fattore personale e di poco conto; il rispetto viene garantito solo dalla legge e non dal cuore, questo trova riscontro in quanto c'e' di piu' evidente , l'amicizia , le relazioni in genere ,si percepisce a pelle...!
mi scuso per la paranoicita', ci vedo un fondo di vero( per quanto tentiamo e facciamo anche bene nel quotidiano, di celare in qualche modo la realta')

un saluto
 

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repliche (2)

Il 2008-10-11 alle 23:14:09 Sebastiano Di Maria scrive:

Caspita! Pure la Papparella ha fatto tredici.


Speriamo che sia magnanima, altrimenti i nostri connazionali dovranno accontentarsi di magnare soltanto la metá, di quello che tocca loro del baule.

Dio ce la mandi buona.
 
Il 2008-10-11 alle 22:56:14 Sebastiano Di Maria scrive:

Bravo Donato. Adesso che abbiamo fatto tredici...


Bravo Donato. Adesso che abbiamo fatto tredici direi di dividere il contenuto del baule con tutti gli altri connazionali in Danimarca, non ti pare?
Ce n'é abbastanza per tutti, tranne che per gl'ingordi e gli abbuffini che si vogliono mangiare tutta la torta da soli.

Se vuoi localizzare i tuoi amici in modo veloce ed effettivo invitaci tutti ma, mettici prima un petardo sotto ogni sedia e a mezzanotte chiudi gli occhi: Quando l'euforia sará a cento gradi e gli applausi esploderanno come petardi (senza che di petardo, in realtá, ne sia esploso uno), conta quelli che saranno rimasti nella stanza, per assicurarsi che tutti stiano bene: Quelli che non se la sono data a gambe levate alla prima intronata saranno i tuoi VERI amici .
Contali sulle dita d'una mano, non sono in molti.

Buona fortuna.

Sebastiano

Sebastiano.
 

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Il 2006-06-07 Marino Marini scrive:
Del bisogno di chi? Di chi chiede o di chi riceve? :)
 

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Il 2006-06-07 Gino Rocca scrive:
Il momento del bisogno

Sono daccordo con Donato sulla necessitá di distinguere amici veri da conoscenti e sul fatto che noi italiani siamo qualche volta troppo veloci a definire "amici veri" dei conoscenti. Ma quali sono gli amici veri? Anche qui ci potrebbe venire in aiuto un´altro proverbio che dice: "Gli amici si vedono nel momento del bisogno...". O no?
 

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Il 2006-06-07 Donato Russo scrive:
Amici o conoscenti?

Partendo dal presupposto che la saggezza popolare è, quasi sempre, il distillato di molteplici esperienze di vita, vorrei porre alla vostra attenzione un proverbio che noi italiani conosciamo bene: “Chi trova un amico, trova un tesoro!” Un altro proverbio (scusate se insisto) dice che “gli amici VERI si contano sulle dita di una mano”. L’enfasi data alla parola “veri” tramite il marchingegno tipografico deve far pensare… Che cosa vuol dire “amicizia”? E , soprattutto: quando un amico è un “vero” amico? Le domande vengono spontanee. Le rispodte sono differenti e non sono scontate… Io penso che l’interpretazione del concetto di amicizia sia individuale: la prima cosa che mi viene in mente (pensando alle mie esperienze di amicizia) è che uno dei requisiti per essere amici è la volontà di stare insieme/fare cose assieme per tutta una serie di ”appagamenti” che sono ”il motore” dell’amicizia. Penso, ad esempio, agli interessi comuni di due amici, al confronto aperto e leale tra due persone, alla condivisione delle esperienze, al superamento della solitudine, allo scavalcamento degli egoismi personali e così via. Come detto prima, la definizione è soggettiva e poliedrica. Per quel che riguarda gli amici “veri” credo che, nella accezzione comune italica, ci si riferisca a delle persone che sono disposte a “far tutto e di tutto” (quante volte avremo sentito questa definizione?) per un amico: una specie di dedizione fino al martirio (o quasi…). La necessità sentita dl “proverbista” di usare l’aggettivo “veri” fa’ luce su un’altra realtà ovvero gli amici “falsi”.
In Italia siamo tutti amici: si va’ al bar a prendere un caffè; si fanno quattro chiacchiere con una persona mai incontrata prima e si è “amici”. Credo, invece, che noi italiani si debba imparare a distinguere tra’ “amici” e “conoscenti”. Così facendo eviteremo di prendere dei “granchi” allorquando definiamo una relazione interpersonale. In Italia è molto facile fare “conoscenze”: il tempo necessario per trasformale in “amicizie” non è legato ala localizzazione geografica. Cioè, per “costruire” una amicizia ci vuole tempo (indipendentemente dal fatto che ci si trovi a Roccacannuccia o a Smørum). Altro è il discorso delle “conoscenze”: sappiamo, per esperienza, che i danesi non sono così disponibili ai contatti umani imprevisti così come lo siamo noi italiani. Ma qui il discorso si sposterebbe su un altro campo (più di natura sociologica che altro). Insomma, per farsi un amico (in Italia o in Danimarca) si deve investire del tempo e non è detto che sia più veloce il farlo in Italia. Per quel che riguarda le “conoscenze”, noi italiani siamo più “veloci” dei nostri ospiti danesi che, però, guardano più alla sostanza che all’apparenza.

Donato Russo
 

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Il 2006-06-03 Pierluigi Vernetto scrive:
vorrei provenire dallo stesso

credo che Gino provenga dal Sud Italia, dove la gente e' allegra e ospitale e il sole generoso. Io purtroppo vengo dal Nord Italia, dove la gente non e' poi tanto diversa da qua in Danimarca... l'unico amico che mi sono fatto a Torino in 5 anni era di Roma... a Milano poi i rapporti umani sono incattiviti dal consumismo e dalla competizione... nelle valli alpine c'e' una proverbiale indifferenza e alle volte ostilita' a chi viene da "fuori"....
non parliamo di Modena dove il razzismo raggiunge densita' di vari chili al metro quadro.
Anche a Roma le cose sono cambiate parecchio negli ultimi anni, io ho respirato tanta indifferenza aggressivita' e indisponibilita' verso gli altri soprattutto nelle nuove generazioni, mentre i "vecchi" conservano ancora la bonomia e il saper vivere di una volta. L'unico posto dove ho lavorato in Italia e ho sentito la cordialita' e l'ospitalita' della gente e' stato Napoli e dintorni.

Si comunque la mia piccola esperienza di 3 mesi in Danimarca e' proprio quella riportata da Gino, una grande indifferenza verso il diverso... ma ormai lavorando nei paesi del nord Europa (Inghilterra, Finlandia, Germania, Danimarca) mi ci sono abituato, so che da queste parti a meno di miracoli uno intreccia rapporti umani solo con altri immigranti ma mai con i locali, perche' i locali hanno gia' i loro giochi stabiliti e non hanno spazio per nuove pedine nella loro scacchiera... pero' pensiamoci un po', in Italia chi inviterebbe a casa sua un immigrato marocchino o senegalese, eppure sono persone come noi e loro in Italia si trovano esattamente nella stessa situazione nostra in Danimarca.
Insomma mi sono sbrodolato addosso e ho detto una marea di cazzate parlando a braccia...
 

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Il 2006-05-29 Marino Marini scrive:
Uso e abuso dell'amicizia...

“Amicizia” è una di quelle parole chiave con cui ci ci piace identificarci in quanto esseri umani, insieme ad “amore”, “felicità”, espressioni che descrivono sentimenti complessi, che ci illudono di essere diversi dagli altri animali, dalle piante, dai sassi. Noi non facciamo solo sesso, ci innamoriamo; non ci accontentiamo di un pasto e di un giaciglio, cerchiamo la felicità; non ci basta un branco con cui organizzare le nostre battute di caccia, abbiamo bisogno di avere degli amici, peraltro non sempre sforzandoci di “essere” amici.

Ricordo che quando, dodicenne, feci ritorno in Italia dopo molti anni in DK, mi colpì la sigla di una serie televisiva per ragazzi (“I ragazzi di padre Tobia”) incentrata su un gruppo di giovani amici, che diceva proprio “Chi trova un amico trova un tesoro, noi siamo i ragazzi più ricchi del mondo…” . Non ci avevo mai pensato che un amico potesse essere un tesoro, forse perché lo davo per scontato, forse perché all’amicizia non si chiede di avere un valore, un prezzo.

Influisce poi molto nella comprensione del termine il modo in cui lo si usa, l’importanza e il peso sociale che gli si dà. Ad esempio in Italia “amico” è abbastanza generico: il cane è il miglior amico dell’uomo, la natura è amica, molti prodotti al supermercato hanno “prezzi amici”, dire che si conoscono tante persone è superficialmente sinonimo di avere tanti amici, le partite di calcio non competitive (cioè fuori dalla classifica) sono dette amichevoli. Ovviamente su queste basi di consuetudine bastano un paio d’ore in buona compagnia di un perfetto sconosciuto per definirlo amico. E’ forse superficiale, ma mi sembra che sia anche socialmente rassicurante, insomma, avere tanti “amici” aiuta a vivere.

In DK il linguaggio, e quindi il comportamento, è più controllato, non per rigidità mentale, ma per una sorta di correttezza relazionale, che sia tra due persone o tra lo Stato e un individuo non cambia. Le parole hanno un peso diverso, anche per via di un vocabolario più limitato ma non per questo meno ricco. Essere “venner” significa essere solidali, uniti, qualcosa di intimo che lega le persone ma senza oltrepassare un certo limite di contatto e di confidenza. Quando un “ven” diventa “en god ven” allora probabilmente dalla solidarietà si è passati alla camera da letto… “en rigtig god ven” non oso pensare cosa possa significare!

Per quanto mi riguarda “ho avuto” molti amici danesi e ne “ho” di italiani… senza polemica alcuna, la differenza è sostanziale: i miei amici danesi, seppure in certi casi ci leghi un forte affetto, oltre che lontani chilometricamente, sono lontani anche nella memoria, nel ricordarsi a vicenda, nel cercarsi; i miei amici italiani, anche quelli che non vedo più da anni, sono come fratelli adottivi, quasi dello stesso sangue, li penso e so che mi pensano e se ci si ritrova basta un abbraccio per cancellare anni di silenzio.

Quale sia l’amicizia “vera” non so dirlo… probabilmente quella che riesce a soddisfare le diverse esigenze di ciascuno … un cinico detto italiano dice “Ognuno ha gli amici che si merita” e come tutte le cose popolari, forse è semplicemente questa la verità. :- )
 

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