INTRODUZIONE GENERALE
La credenza nelle fonti miracolose e taumaturgiche ha origini molto antiche ed era una volta molto diffusa in molti paesi europei, tra cui la Danimarca.
L’acqua è un elemento fondamentale ed è fonte di vita: può pulire, purificare, rigenerare, ringiovanire, curare, ispirare...
Queste funzioni le ritroviamo anche nei riti delle grandi religioni, basti pensare al battesimo cristiano, alle abluzioni mussulmane o il bagno nel Gange per gli indù.
L’acqua anzi è alla base della vita stessa e ne crea le condizioni, l’acqua prepara e favorisce la Creazione, così nel primo verso del Genesi: “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio si librava sulle acque”.
Per il filosofo greco Talete, vissuto nel VII-VI secolo a.c. e considerato il primo filosofo della storia del pensiero occidentale, l’acqua era il principio primordiale (archè) di tutte le cose.
Ci ricorda lo storico delle religioni Mircea Eliade che nei tempi più antichi il naturale si confondeva ed era espressione del sovrannaturale. Così l’acqua di una sorgente era venerata non in quanto acqua, ma come espressione della sacralità della natura (o ierofania) che si manifesta anche tramite una semplice fonte.
Nell’Anatolia preistorica la sorgente era accostata alla montagna, questa, elevandosi verso il cielo era simbolo del dio della tempesta, mentre la prima, ancorata nella terra e dispensatrice di vita, era associata alla ‘Grande Madre’ (la Magna Mater latina). Il binomio montagna (protezione) e sorgente (vita) era considerato la condizione necessaria per la formazione, la sicurezza e la sopravvivenza delle comunità umane. Ancora oggi Pinar (fonte) è un comune nome femminile in Turchia.
Nella tradizione celtica l’acqua diviene il nesso di collegamento ciclico tra cielo e terra e fra divinità celesti e ctonie (sotterranee): scende dall’alto come pioggia, è assorbita dalla terra e riemerge da essa come sorgente.
Le fonti erano quindi tenute in particolare riverenza, la dea Coventina era lo spirito tutelare e personificazione di sorgenti, come a Carrawburgh nel Nord dell’Inghilterra. Ritroviamo il suo nome e la sua effige (stilizzata e seminuda) come divinità delle acque o ninfa anche in altre località dell’impero romano, dalla Gallia alla Spagna.
Presso molte fonti, come il santuario termale vicino a Digione di Fontes Sequanes (fonti della Senna) dedicato alla dea Sequana (la divinità personificazione del fiume Senna) accorrevano i pellegrini, si lavavano con le acque, poi pregavano la dea e lasciavano vicino al suo altare immagini ex voto: coppie di occhi lamine di bronzo, tavole di terracotta o di legno o con rappresentazioni di arti e di altre parti del corpo. Dopo facevano un bagno completo nello stagno sacro, infine attraverso un porticato si recavano al dormitorio per un sonno ristoratore dove speravano di ricevere un sogno o una visione dove la dea avesse ispirato e guarito il malato.
Anche nel folklore a volte le sorgenti sono luoghi speciali, dimora di esseri misteriosi, prevalentemente femminili, che presiedono alle acque.
In Sicilia alcune sorgenti avevano come genio protettore la ‘monacella della fontana’ (il cui motivo ha anche ispirato negli anni 20’ l’opera omonima del compositore siciliano Giuseppe Mulé), che appare tre volte l’anno, tre martedì successivi di giugno, accompagnata da un cane e in mano un canestro con fiori e monete d’oro e poi si tuffa nella fonte e svanisce.
Nell’antica Grecia le Naiadi erano le ninfe tutelari delle acque dolci, la Fonte Aretusa, nell’isoletta di Ortigia nella parte più antica di Siracusa, prende nome dalla ninfa omonima ed è legata al mito della sua difficile storia d’amore con Alfeo.
Le sorgenti sono anche depositarie di un potere che infonde sapienza e preveggenza, la profezia era collegata alla presenza delle acque di fonte. La Pizia (sacerdotessa delfica) si preparava bevendo acqua della fonte Kassotis alle falde del monte Parnaso.
La ninfa Egeria, la cui dimora prediletta era una fonte vicino al bosco di Nemi, era venerata nel Lazio dalle donne incinte per facilitare il parto. Egeria aveva ispirato il dono la saggezza al suo regale amante il Numa Pompilio, re-sacerdote (o re-pontefice) di Roma, successore di Romolo.
Nella mitologia nordica l’albero cosmico, il gigantesco frassino Yggdrasil, ha radici in tre sorgenti, una è la fonte della saggezza, situata nella terra dei giganti Udgård ed è custodita dal gigante Mimir. Il dio Odino offre in pegno un occhio per avere il permesso di berne le acque e acquisire così sapienza sovrumana.
Nella penisola Scandinava nel 700’ in determinati giorni era consuetudine gettare monete nelle fontane per propiziarsi il Nøkken (Neck, Nix Näcken) uno spirito pericoloso che si diceva vivesse nelle acque dolci. Assumeva varie forme e a volte attraeva le sue vittime con il soave suono del violino o dell’arpa.
L’usanza di gettare piccoli doni alle fonti, una volta diffusa in Europa, è probabilmente rimasta nella monetina che gettiamo nelle fontane cittadine per la buona fortuna (persino nella fontanella della gazza a Copenaghen ho visto un paio di monete...).
Glastonbury in Inghilterra occidentale è un luogo molto speciale, suggestivo e ricco di misteri, frequentato sin dalla preistoria e legato alla leggenda di re Artù, al Graal, ai druidi e a certe configurazioni astrologiche. Ai piedi della Collina del Calice (Chalice Hill) vi è un giardino con una fonte, Chalice Well, dalle acque ricche di ferro. Ancora oggi i numerosi visitatori vi si accostano con rispetto e sorseggiano l’acqua dal particolare colore rossastro.
Nel cristianesimo il culto delle fonti fu perseguitato per secoli come superstizione pagana (dal secondo concilio di Arles nel V secolo) ma non scomparve, talmente era radicato nel popolo, alla fine fu ufficialmente riconosciuto (al concilio di Treviri nel 1227) e le sorgenti sacre furono cristianizzate e associate a un santo o a Maria.
Famosa, fra gli altri è la chiesa ortodossa di Santa Maria della Sorgente a Istanbul. Secondo la leggenda cristiana nel V sec. un soldato romano di passaggio nella zona aveva udito una voce femminile che gli aveva ordinato di bagnare gli occhi di un cieco con le acque di una fonte nei paraggi. Il cieco riacquistò la vista e il soldato successivamente diventò l’imperatore Leone I di Bisanzio e fece erigere sul luogo del miracolo una magnifica chiesa.
In inglese le sorgenti sacre sono dette ‘holy wells’ (pozzi sacri) o anche ‘holy holes’ (buchi sacri), mettendo in evidenza l’assonanza e l’etimologia comune fra le due parole. Sorgente inoltre si dice ‘spring’ la stessa parola per indicare la primavera, la stagione dall’anno dove la natura rinasce e la vita fluisce...
Nel Medioevo gli autori di romanzi cortesi e di bestiari parlano di fonti miracolose che fanno ringiovanire, situate in paesi lontani, per es. nel giardino dell’emiro Gandise o nel regno del misterioso e saggio sovrano Prete Gianni che si diceva fosse in Tibet o in Cina o anche in Etiopia.
Il motivo della fontana della giovinezza presente in un favoleggiato ‘Paese della Cuccagna’ o ‘di Bengodi’, era diffuso nella coscienza popolare. Per es. nel bel Castello della Manta, In Piemonte (vicino a Saluzzo), compare uno dei più antichi affreschi (1200) della fontana della giovinezza. Si vedono persone anziane che riacquistano la giovinezza dopo un bagno nella fontana miracolosa.
IN DANIMARCA
Sappiamo, grazie alla ricerca archeologica, che in Danimarca già dai tempi più antichi venivano fatte offerte alle sorgenti per tenere buono il loro spirito, sono stati ritrovati tra l’altro e attrezzi di selce e ossa di animali dell’età della pietra, spade e gioielli dell’età del bronzo ecc..
Nella fortificazione vichinga di Trelleborg sono stati anche individuati pozzi sacrificali (offerbrønde) con ossa di bambini e di animali, segno probabile di sacrifici umani (probabilmente schiavi), come aveva anche scritto nel XI secolo Adamo da Brema riguardo all’antico tempio di Uppsala in Svezia.
Di pellegrinaggi e della fede nel potere delle loro acque però ne abbiamo resoconti e testimonianze solo a partire dal Medioevo.
In Danimarca sono state segnalate ca. 600 sorgenti sacre e terapeutiche e la tradizione di visitarle si è protratta a lungo, fino all’inizio del secolo scorso. Lo scrittore August F. Schmidt ha riportato la tradizione persistente nell’Himmerland ancora nel 1924.
Molte sorgenti non hanno un nome preciso ed erano indicate semplicemente come ‘sorgenti sacre’ (hellige kilder), alcune si riferiscono ad antiche divinità nordiche (Thorskilde, Frejaskilde, Baldersbrønd...), altre a nomi di santi (in molti casi i patroni del paese).
Sui molti siti di sorgenti sacre infatti furono costruite cappelle e più tardi chiese, quindi si accentuava l’aspetto sacro del terreno in cui sgorgava la fonte.
A S. Hans (San Giovanni) furono dedicate ben 17 sorgenti (d’altronde Giovanni battista era collegato al battesimo purificatore, come accennato all’inizio), 13 a S. Olav e a San Lorenzo, 12 a Santa Helene, 8 a San Nicola, 6 a San Knud (Canuto) ecc.. In qualche caso la fonte è dedicata a un re o una regina.
La città di Roskilde, una delle più antiche della Danimarca, fondata nell’epoca vichinga e vecchia capitale prima di Copenaghen, sorse su una zona ricca di sorgenti (e qualcuna ne è rimasta ancora, vedi foto in alto) e il nome stesso della cittadina significa ‘la fonte di Roar’ e deriva dalla contrazione (con il genitivo sassone) di Roar e kilde (fonte). Roar (o Hroðgar nel poema Beowulf) era un antico re leggendario della stirpe degli Skjoldunger, che aveva dimora a Lejre, vicino a Roskilde.
Non tutte le sorgenti erano considerate sacre, l’acqua di alcune magari era particolarmente apprezzata solo per la cucina, la preparazione di bevande calde e soprattutto la distillazione casalinga della birra.
Molte acque sorgive del resto contengono minerali ed hanno un comprovato effetto benefico sulla salute e sul benessere generale.
Con la riforma protestante nel 1536, molti pastori storcevano il naso di fronte ai pellegrinaggi alle sorgenti, considerati come residuato cattolico, ma alla fine, tanto erano diffusi, li lasciarono continuare, probabilmente anche perché gli oboli che si raccoglievano per l’occasione erano anche una forma di finanziamento per la chiesa luterana.
A volte le donazioni sono servite a finanziari ospedali e istituti per i poveri, come nel caso dai pellegrini alla fonte di Kirsten Piil a Bakken (vedi più sotto).
La gente (sia malati che sani) andava in massa alle sorgenti, che erano spesso decorate con foglie e fiori. Le loro acque erano usate per bere o per bagnarsi nella speranza di curare occhi malati, cecità, paralisi, ascessi e ferite difficili, ma anche per stimolare la fecondità e la salute in generale.
In certi casi c’erano regole e rituali da rispettare, come stare in silenzio vicino alla fonte, bere 3 volte di seguito e dopo girarci 3 volte intorno.
C’erano poi giorni particolari dove l’acqua era ritenuta al massimo del suo potere taumaturgico: in certi momenti di passaggio dell’anno come la notte di Valpurga (Valborgsaften) il 30 aprile, la sera di Ognissanti (Helgens Dag), ma soprattutto la sera di Skt Hans (San Giovanni) il 23 giugno, quando le giornate sono lunghe e la luce si protrae fino a tarda sera (fino al 1770 è stato un giorno festivo).
In concomitanza con la folle di pellegrini arrivavano molti artigiani per vendere i loro prodotti ai malati, soprattutto le tazze e le scodelle di argilla usate per bere l’acqua miracolosa, recipienti che non andavano infatti riutilizzati ed erano frantumati subito dopo l’uso.
Con il tempo, sui luoghi di gran pellegrinaggio erano così sorti mercatini e spettacolini di intrattenimento. I pellegrini andavano certo nutriti e anche divertiti. Le sorgenti diventavano così anche un punto di incontro e di scambio, un’occasione sociale.
Bakken, situato nel bosco dei cervi di Dyrehaven vicino a Klampenborg, nacque 400 anni fa proprio sul luogo di una delle fonti miracolose più importanti.
Una volta gran parte della Selandia era coperta da fitti boschi e l’area intorno all’attuale Bakken si chiamava Boveskoven. La leggenda racconta che lì nel 1583 una giovane vergine, Kirsten Piil, si era persa al calar della sera e girovagava disperata nell’oscurità, quando d’improvviso da un’altura era sgorgata una sorgente e il fiotto d’acqua le aveva indicato la via di uscita dal bosco. Così molti pellegrini erano cominciati ad affluire presso la fonte magica. Il periodo migliore era l’estate, dal giorno di S. Hans fino all’inizio di luglio e con i pellegrini erano arrivati anche gestori di locande, buffoni e saltimbanchi, avevano piantato le loro tende per intrattenere i numerosi visitatori e guadagnare qualcosa.
Così nacque Bakken, il parco di divertimenti più antico del mondo.
Un’altra sorgente famosa e molto visitata è stata quella dedicata a Skt. Helene. La sua origine si perde anch’essa nella leggenda: si narra che una giovane del sud della Svezia fu assalita da rapinatori che uccisero la sventurata e poi la gettarono in acqua. Un masso era sorto dalle profondità del mare sulla costa svedese e aveva sorretto il suo povero corpo portandolo sulla costa danese di fronte a Tisvildeleje nel nord della Selandia.
Secondo una versione della storia i contadini e pescatori locali avevano raccolto la salma della fanciulla con l’intenzione di seppellirla in terra consacrata presso la chiesa di Tibirke, improvvisamente però sul pendio si era aperto un crepaccio, gli uomini avevano depositato Helene per terra e immediatamente in quel punto era sorta una sorgente.
Si dice anche che sulla via per la chiesa alcuni portatori avessero cominciato a bestemmiare e allora il corpo di Helene era diventato pesantissimo ed era sprofondato in terra su un campo. La tomba di Helene (Helenes Grav) è situata nelle vicinanze dell’antica sorgente, oggi un po’ nascosta fra le abitazioni private e le case di vacanza.
I malati e le malate si recavano la sera di Skt. Hans o quella di Skt. Olav (il 30 luglio) presso la fonte miracolosa o la tomba di Helene. Bevevano e vegliavano l’intera notte, come ringraziamento lasciavano tavolette votive e ciocche di capelli, alcune ancora oggi conservate ed esposte nel Museo di Gilleleje.
Erano certi momenti coinvolgenti e forse emozionanti anche perché, in quel periodo, la luce turchina della sera è molto suggestiva ed il buio della notte appare molto soffuso.
Il pittore ottocentesco danese Jørgen Sonne ha immortalato l’atmosfera nel suo quadro del 1847 ‘Il sonno dei malati sulla tomba di Helene’ (De syges søvn på Helenes grav)
La leggenda danese deriva ed è ‘migrata’ da quella della santa martire svedese Elena di Skövde (Elin av Skövde) vissuta nel dodicesimo secolo nella contea del Västra Götaland.
Elin era una pia donna di origini nobili rimasta prematuramente vedova. Il marito di una sua figlia, un uomo crudele e violento nei confronti della moglie, fu ucciso per questo dai suoi stessi servitori, ma i parenti accusarono ingiustamente Elin di essere l’istigatrice dell’omicidio, anche se lei al momento si trovava in pellegrinaggio in Terra Santa. Al suo ritorno la uccisero a tradimento.
Sulla sua tomba a Skövde ben presto incominciarono a verificarsi prodigi: tra l’altro un bambino accompagnato da un cieco, vi trovò un dito sanguinante di Elin con l’anello che aveva portato da Gerusalemme, subito il sangue guarì la cecità dell’uomo.
Sul luogo dove Elena era stata uccisa, vicino a Skövde, sgorgò una sorgente (Elins källa) che continuò a gettare acqua anche se, con la riforma luterana, l’arcivescovo l’aveva fatta riempire di terra.
Gli ‘Occhi della Terra’
In una certa maniera il valore sacrale e terapeutico delle acque è collegato quindi con quello della luce, (Vedere anche su questo sito i blog su S. Hans e S. Giovanni). L’acqua d’altronde riflettendo i raggi solari diventa essa stessa luminosa e nello stesso tempo numinosa.
L’archeologa lituana Marija Gimbutas menziona che nei paesi baltici erano considerate sacre le sorgenti che scorrevano verso est, cioè verso il sole.
Come abbiamo visto le acque delle sorgenti sacre erano considerate curative soprattutto per gli occhi e per la vista.
In cimrico (o gallese), la lingua di origine celtica del Galles, la parola ‘llygad’ significa ‘occhio’ ma indica anche le acque sorgive, come nel caso delle grotte di Llygad Llwchwr (l’occhio del Loughor) una rete di sotterranei ricchi di acqua che formano la sorgente del fiume Loughor nella catena montuosa Black Mountain nel Galles centro-occidentale.
Così l’occhio, che esprime la chiarezza della visione, si riflette nelle acque pure e translucide delle fonti cristalline, gli ‘occhi della terra’ dove, come diceva Thoreau, “lo spettatore guardandole fa risuonare le profondità della propria natura”.
Oggi le sorgenti danesi non sono più venerate e molte non ci sono più, ma in alcune piccole tradizioni ritroviamo un atteggiamento riverenziale per le acque, in certe occasioni i bambini decorano ancora una sorgente o un pozzo con una capanna di frasche (kildehytte), per es. a Svaneke nell’isola di Bornholm. Anche al castello di Kronborg, a Natale, i resti della fontana (distrutta dagli svedesi) nel cortile sono decorati con una capanna verde.
D’altronde possiamo dire il dolce fluire di una tranquilla fontanella nel silenzio di un giardino ci ispira un sentimento di pace e forse induce alla meditazione e ci fa sentire meglio nel nostro quotidiano...
------
 |
 | | Sul meccanismo di moderazione collettiva - Clicca su 'bboni' se vorresti che i partecipanti a questa discussione moderassero
il tono della discussione. Il colore del bollino indica il tono corrente della discussione - Clicca su 'fuori tema / spam' se ritieni che qualcuno
faccia un uso scorretto del blog. Se si ricevono almeno 10 segnalazione di abuso
il commento sara' cancellato automaticamente
- Per rendere efficace e significativo il meccanismo della moderazione collettiva,
è importante esprimere il proprio gradimento.
   
|